Atlete giovani, grandi carichi: quando lo sport stressa il pavimento pelvico

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Vent’anni, nessun parto, atleta professionista: il 42% perde urina durante l’allenamento, è fondamentale prendere in considerazione il perchè e agire.

Immagina un’atleta d’élite, ventitré anni, nessun parto, tre allenamenti a settimana a livello professionistico, fisico al massimo della forma. Ora immagina che il 42% delle sue colleghe perda urina durante gli sprint, i salti, i cambi di direzione — e che quasi nessuna ne abbia mai parlato con uno specialista, non perché non ci sia nessuno a cui dirlo, ma perché nel mondo dello sport femminile la perdita di urina è stata normalizzata al punto da non sembrare più qualcosa che merita attenzione clinica.

Questo è quello che emerge dallo studio di Cunningham et al., pubblicato nel settembre 2026 sul Journal of Science and Medicine in Sport, che ha analizzato 107 atlete professioniste australiane — 71 dell’Australian Football League Women’s e 36 di Super Netball — durante la pre-stagione. Una popolazione lontanissima da quello che normalmente associamo ai disturbi del pavimento pelvico.

I numeri che demoliscono un pregiudizio

L’incontinenza urinaria è il sintomo più prevalente, con il 42,1% delle atlete che la riporta — ma sarebbe un errore fermarsi qui, perché il quadro dei disturbi del pavimento pelvico in questa popolazione è molto più articolato di quanto lo screening tradizionale riesca a cogliere. Il dolore alla penetrazione (tamponi, rapporto sessuale) riguarda il 15% delle atlete; l’urgenza fecale e la frequenza urinaria colpiscono entrambe il 12,1%; la nocturia il 9,3%; l’urgenza vescicale l’8,4%; la stipsi regolare il 7,5%. Sono percentuali che, in una popolazione di donne giovani e nullipare considerate “in salute”, non dovrebbero esistere — e invece esistono, silenziose, perché nessuno le ha mai chieste con le domande giuste.

Il pavimento pelvico non è un problema del post-parto

Il dato del 42% di incontinenza in atlete nullipare è il più potente argomento esistente contro la narrativa che il pavimento pelvico sia una preoccupazione esclusiva delle donne che hanno partorito o di quelle in menopausa. Lo sport ad alto impatto — corsa, salto, cambio di direzione, sforzi esplosivi — genera forze di reazione al suolo e pressioni intra-addominali che si scaricano sul pavimento pelvico in modo continuo e ripetitivo, anche (e soprattutto) quando il pavimento pelvico non è stato preparato a reggere quel carico.

Il parto non è l’unico evento che mette sotto stress i muscoli, i legamenti e le fasce del pavimento pelvico: anni di attività sportiva intensa, senza una valutazione e un lavoro specifico su quel distretto, possono creare disfunzioni altrettanto significative. E queste disfunzioni non rimangono confinate al pavimento pelvico: si propagano lungo la catena cinetica, e lo studio lo dimostra con un dato che dovrebbe cambiare il modo in cui viene fatta la valutazione muscoloscheletrica nelle atlete.

L’associazione con il dolore all’anca e all’inguine

Lo studio trova un’associazione statisticamente significativa tra incontinenza urinaria e dolore all’anca/inguine: le atlete con incontinenza hanno il doppio e mezzo delle probabilità di riportare dolore in quella regione rispetto alle colleghe continenti. Non si tratta di una coincidenza anatomica — è la conferma che il pavimento pelvico fa parte integrante della catena cinetica che include l’anca, il bacino, la colonna lombare, e che una disfunzione in quel distretto si manifesta spesso come dolore in sedi apparentemente lontane.

L’implicazione pratica è diretta: ogni atleta con dolore cronico o ricorrente all’anca e all’inguine dovrebbe ricevere una valutazione del pavimento pelvico come parte dello screening, non come aggiunta opzionale. E ogni atleta con sintomi pelvici dovrebbe essere valutata per possibili disfunzioni muscolo-scheletriche associate — non trattando i due ambiti come compartimenti separati.

Perché le atlete non ne parlano

La ricerca non indaga il motivo per cui le atlete non segnalano i sintomi, ma chi lavora nello sport femminile lo sa: la perdita di urina durante lo sforzo è percepita come “normale” in chi pratica sport ad alto impatto, e riferirla sembra ammettere una debolezza che potrebbe incidere sulla selezione o sul minutaggio. È la stessa dinamica di normalizzazione che porta le ragazze a nascondere il dolore mestruale durante le gare, o a minimizzare i sintomi che le riguardano come donne in un sistema costruito sulla performance maschile come standard.

Non è normale, non è un prezzo da pagare per fare sport ad alto livello, è trattabile e spesso con risultati molto rapidi, perché una donna giovane, sana e già allenata risponde al training del pavimento pelvico meglio e più velocemente di qualsiasi altra popolazione.

Cosa cambia per te, atleta o donna attiva

Che tu sia un’atleta professionista o semplicemente una donna che corre, salta, fa crossfit o pilates ad alta intensità, questo studio ti riguarda. Lo screening per il pavimento pelvico non è qualcosa che si fa solo dopo aver partorito o quando arrivi in menopausa: è parte di una valutazione completa del corpo che si muove sotto carico, e dovrebbe essere proposto a qualsiasi donna sportiva che riporti anche uno solo dei sintomi elencati sopra — anche quello che sembra meno importante, anche quello che hai normalizzato da anni.

Se ti riconosci in qualcuno di questi sintomi, o se stai gestendo un dolore ricorrente all’anca o all’inguine senza una spiegazione soddisfacente, prenota una valutazione fisioterapica del pavimento pelvico: il punto di partenza è sempre capire cosa sta succedendo davvero, non aspettare che i sintomi diventino abbastanza gravi da non poter più ignorarli.

SIlvia – La Dottoressa Solare


Fonte scientifica: Cunningham JM, Dakic JG, Whalan M, Mosler AB. Prevalence of pelvic floor symptoms and their association with lumbopelvic and/or hip/groin pain in professional female athletes (Australian rules football and netball). Journal of Science and Medicine in Sport, 2026. https://doi.org/10.1016/j.jsams.2026.09.005

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