Ti hanno detto che hai la diastasi e adesso hai paura di muoverti e sbagliare. Ecco perché la scienza la pensa diversamente.

C’è una frase che sento ripetere con una frequenza e che è da sfatare: “Penso di avere la diastasi, o me lo hanno detto, e quindi non posso fare gli addominali.” A volte arriva come un messaggio su Instagram, a volte me lo dicono donne che arrivano in studio, con il viso di chi non h idea di come muoversi ma vuole tornare come prima. A questo punto inizia lo sconforto di non sapere cosa sia meglio: yoga, pilates, palestra, porstural etc.

Ti riconosci?

Quello che voglio dirti oggi è che la ricerca scientifica sta finalmente facendo ordine su un argomento che, negli ultimi anni, è stato avvolto da una quantità imbarazzante di confusione, paura e consigli contraddittori. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 da Theodorsen, Donnelly e Bø — tre ricercatrici che si occupano di salute pelvica da decenni — ha analizzato le evidenze disponibili sulla diastasi dei retti addominali e le sue implicazioni cliniche, e quello che emerge merita di essere detto ad alta voce.

La diastasi non è una condanna.

La separazione dei muscoli retti addominali è una risposta fisiologica della parete addominale alla gravidanza: il corpo si adatta per fare spazio, per sostenere un peso crescente, per permettere alla linea alba — quella sottile striscia di tessuto connettivo che unisce i due ventri muscolari — di allungarsi e ammorbidirsi. Questo processo comincia già attorno alla quattordicesima settimana e raggiunge il suo apice nelle settimane finali. Il fatto che dopo il parto la separazione non si chiuda perfettamente e immediatamente non è, di per sé, patologico: è normale, è atteso, è parte di una traiettoria che per molte donne si risolve spontaneamente entro i primi mesi.

Il problema nasce quando questa condizione — che la ricerca descrive come un adattamento, non come una lesione — viene presentata alle donne come qualcosa da temere, da nascondere, da trattare con una lista di divieti che spesso include quasi tutto quello che le aiuterebbe davvero a stare bene.

La lista nera degli esercizi “vietati” non ha basi solide.

Negli anni si è consolidata l’idea che alcune attività — il plank, gli addominali classici, la corsa, gli esercizi che aumentano la pressione addominale — siano da evitare in presenza di diastasi, perché potrebbero peggiorarla o causare danni alla parete addominale. Questa indicazione ha alimentato una generazione di donne spaventate che hanno rinunciato all’esercizio fisico proprio nel momento in cui ne avevano più bisogno.

La revisione di Theodorsen e colleghe smonta questa narrazione con i dati alla mano: non ci sono evidenze che l’esercizio fisico peggiori la diastasi. Al contrario, il movimento — progressivo, mirato, personalizzato — è parte integrante del percorso di recupero, non un ostacolo. L’obiettivo non è ridurre a tutti i costi la distanza tra i muscoli, ma ripristinare la funzione: la capacità della parete addominale di sostenere, stabilizzare, rispondere. Una parete che funziona bene può avere ancora una separazione misurabile e far stare benissimo la donna che la abita.

Cosa significa questo per te, concretamente.

Significa che se ti hanno detto “hai la diastasi” senza spiegarti cosa vuol dire in termini di funzione, senza valutare come la tua parete risponde sotto carico, senza chiederti cosa riesci e cosa non riesci a fare nella vita di tutti i giorni — quella valutazione è incompleta. La misura della separazione, da sola, non basta per capire se hai bisogno di un trattamento, di che tipo, e di quale intensità.

Significa anche che la prima cosa da fare non è smettere di muoversi, ma capire come muoversi bene. Il movimento adeguato — quello che tiene conto del tuo respiro, della tua postura, della tua capacità di gestire la pressione addominale — non è il nemico della diastasi: è la terapia.

Una parola sulla diagnosi.

Un aspetto che la revisione solleva con particolare attenzione è la questione della soglia diagnostica: quale distanza tra i muscoli retti definisce “patologica” una diastasi? La risposta, purtroppo, è che non esiste ancora un consenso unanime nella letteratura scientifica. Diversi studi usano criteri diversi, misurazioni in punti diversi, strumenti diversi. Questo significa che molte donne ricevono una diagnosi che, in un altro studio, in un’altra clinica, con un altro strumento, non avrebbero ricevuto — e che la diagnosi stessa, senza il contesto della funzione, rischia di diventare una fonte di ansia più che uno strumento utile.

Cosa faccio io in studio.

Quando valuto la parete addominale di una donna — che sia nel post-parto o anni dopo la gravidanza — non guardo solo la distanza tra i muscoli. Guardo come la parete risponde quando respiri, quando ti muovi, quando chiedi al corpo di sostenere qualcosa. Valuto la tensione della linea alba, la capacità di generare forza, la presenza di sintomi che effettivamente limitano la qualità di vita. A partire da quella valutazione costruiamo insieme un programma che ha senso per te — non un elenco di divieti, ma un percorso graduale verso un corpo che funziona e che senti di nuovo tuo.


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Silvia – La Dottoressa Solare.


Fonte: Theodorsen NM, Donnelly GM, Bø K. Diastasis recti abdominis — a scoping review of the evidence. 2025.

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About Me

Sono Silvia, Fisioterapista e Life Coach, ciò che mi piace di più fare nella vita è incontrare le persone e accompagnarle nel percorso del benessere con il sorriso e con il meraviglioso supporto della natura.

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