In quei giorni il mio tono di voce era insolitamente calmo e misurato, un netto contrasto con il mio solito comportamento vivace e spensierato. Solitamente non sono così, sono una casinista, sorrido, parlo ad alta voce, canto, saltello per casa, facevo fatica in quel momento, tutto mi sembrava così frivolo e superfluo, ma sapevo che il mio compito era tenere alto l’umore del gruppo, quindi cercavo di farlo anche con me stessa.
Era diventato necessario informare l’allenatore di Pietro, Giovanni, della situazione. Nonostante non avessi mai parlato con lui direttamente, sentivo che era il momento di farlo, dato che Pietro non avrebbe potuto partecipare agli allenamenti. Giovanni si era dimostrato estremamente comprensivo e disponibile, una reazione che mi aveva sinceramente sollevato.
So che potreste chiedervi perché ho parlato con l’allenatore e non con mio marito, Gabry. La verità è che sapevo che Gabry avrebbe faticato a gestire l’incertezza e l’attesa senza immaginare il peggio, e non era quello di cui avevamo bisogno in quel momento.
Il giorno della risonanza era finalmente arrivato. “Ciccio, oggi usciamo un po’ prima da scuola per andare a fare la risonanza,” gli avevo detto, cercando di spiegargli il procedimento in modo semplice e senza allarmismi.
“Ok mami, ma come funziona sta roba? Cosa devo fare?” Gli rispondo con leggerezza: “Ma niente, devi stare sdraiato su un lettino un po’ duretto e dentro una specie di tubo, durerà un po’, ah e poi non ti preoccupare, la macchina fa un bel po di rumore, quindi sii pronto.”
Non gli avevo menzionato il mezzo di contrasto, sapendo che l’idea dell’ago lo avrebbe preoccupato ulteriormente.
In ospedale, mi sentivo a mio agio grazie alla presenza di Max e di altri colleghi che mi supportavano. Pit era stato coraggioso, sebbene avesse mormorato qualcosa riguardo al catetere nel braccio. Aveva capito che tutte queste procedure erano necessarie se voleva tornare a giocare a basket. Avevo il cuore in gola, la testa in un turbinio di pensieri, cercavo di scherzare con Pit e di rendergli la situazione il meno pesante possibile, ridevamo sul fatto che fossimo pazienti Vip, che io fossi addirittura entrata in camera di comando e che addirittura il primario avrebbe visto subito i suoi esami, gli è sempre piaciuto sentirsi un po’ privilegiato, un po’ in cima al monte e in questo momento lo era di sicuro!
Dopo l’esame, mentre aspettavamo i risultati seduti su delle sedie di plastica nel corridoio dell’ospedale, cercavo di distrarre Pit raccontando con leggerezza, gurdando gli altri pazienti passare, Pit mi chiedeva cosa avessero, lo facevo ridere perché, a volte ero seria raccontandogli con passione del mio lavoro e cercando di intuire dalla camminata o dalla postura quale potesse essere il problema, in parte lo facevo ridere inventandomi cose assurde, solo per fargli capire che ognuno ha i suoi problemi grandi o piccoli che siano, ma tutti sono li per avere un aiuto e per cercare di risolverli.
Tuttavia, non avevo evitato la sua reazione di delusione quando aveva scoperto dell’uso del contrasto senza preavviso. Il senso di tradimento nei suoi occhi mi aveva colpito profondamente. Le sue parole erano state dolci, ma la sua espressione mi aveva fatto capire quanto fosse importante essere completamente trasparente con lui.
Avevo promesso a me stessa, e a lui, di non nascondergli mai più nulla, di essere sempre aperta e onesta, per mantenere quella fiducia così essenziale tra di noi. Nonostante le sfide, volevo essere una roccia su cui potesse sempre contare, soprattutto in momenti così incerti.







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