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Una volta saliti sul pullman e tranquillizzato un attimo Pietro, ho ripreso il controllo e ho avvisato la famiglia, Stefano, il coach, la scuola e ho organizzato il viaggio di venerdì e il mio lavoro. C’era un solo modo per farlo stare meglio: portarlo a mangiare un buon piatto di tagliatelle al ragù. Ero certa che poi avrebbe visto la cosa in maniera diversa. Ora capisco davvero il potere delle emozioni: per lui, mangiare è un momento di tranquillità, riesce a rimetterlo di buon umore tanto da affrontare meglio le difficoltà.
Io e lui, a pranzo insieme a Bologna, non era così male. In effetti, non abbiamo molte occasioni per goderci un po’ di tempo insieme così. Ci siamo presi il nostro spazio, abbiamo mangiato con calma, abbiamo preso un portachiavi da portare a casa a Tecla e poi siamo rientrati. Il viaggio è stato stancante, il clima non era serenissimo, ma sembrava sotto controllo.
Mi sono confrontata con Gabry, e con lui è stato più difficile. Voleva risposte sicure, ma in quel momento non le avevamo. Gli ho spiegato che il ragionamento del dottore era assolutamente corretto, voleva essere certo di quale fosse il problema. Non avrebbe avuto senso sbilanciarsi per poi magari rivedere tutto. Come mi aspettavo, la sensazione di incertezza lo metteva sempre più in crisi.
Per la biopsia avevamo organizzato tutto. Venerdì mattina alle 8:00 eravamo fuori dal reparto per il ricovero. Eravamo seduti sulle seggioline di plastica arancioni della sala d’attesa. C’era un sacco di gente, altri ragazzi. Ricordo una ragazza con la mamma, i visi tesi, parlavano sottovoce, ma si percepiva la paura e la preoccupazione. La mamma aveva gli occhi segnati, le spalle curve. Si percepiva lo smarrimento, ma anche il coraggio che provavano a darsi l’una con l’altra.
Poi c’erano altri due ragazzi, uno dell’età di Tecla e uno di 18 anni. Anche loro erano lì per una biopsia, credo per lo stesso problema di Pietro. Sembravano più distesi, guardavano il cellulare come Pietro, “scrollavano” pigramente i filmati di TikTok. Chissà cosa stavano pensando, erano preoccupati o solo annoiati?
Tra le mamme c’erano sguardi di intesa, come se tutte sapessimo cosa stava vivendo l’altra. C’era una sorta di sostegno implicito, non servivano parole, era sufficiente essere lì e incrociare gli sguardi.
Ma il ricordo più vivido era la targa sopra la porta del reparto: “Clinica Terza. Reparto di Ortopedia Oncologica”. Era scritto a caratteri cubitali, di certo non lascia indifferenti, ancora adesso è uno dei ricordi che mi mette più in difficoltà e mi fa sempre commuovere. Eravamo davvero lì per capire se Pietro aveva un tumore o no. Il mio Pietro, proprio quello che ci ha fatti tremare dall’inizio volendo nascere troppo in anticipo, cadendo dalle scale, passando da una crisi convulsiva per la febbre, proprio lui, il disperato di casa, ma anche quello con il fisico più forte, quello dotato per tutti gli sport, quello che si stava facendo strada nel mondo del basket. Proprio lui era lì con me davanti a quella scritta: Ortopedia Oncologica.
La mia testa viaggiava a 10000, i pensieri rimbalzavano tra il positivo e il negativo, tra le speranze e la rassegnazione. Ma essendo sempre una persona positiva, cercavo di vedere il buono e il bello e di rimanere un sostegno positivo per Pietro. Aveva bisogno di vivere questa esperienza nel modo più positivo possibile, anche se era una situazione diversa e difficile.







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