Continua…
Certo, ero pienamente d’accordo con il processo diagnostico. Da mamma, però, avrei voluto sentire: “Direi di sì, sembrerebbe proprio un tumore benigno. Eseguiamo la biopsia per scrupolo, ma direi con buona probabilità che possiamo stare abbastanza tranquilli.” Razionalmente sapevo e comprendevo che il modo in cui il dottore aveva esposto la situazione era assolutamente prudente e corretto, e lo apprezzavo molto. Ma nella mia testa ritornava prepotente il pensiero dell’osteosarcoma. Avevo letto di tutto su quel tumore: colpisce i ragazzi in fase di crescita, prevalentemente maschi, ed è spesso ad alto grado di aggressività. Questo comporta spesso chemioterapia prechirurgica e postchirurgica, un intervento decisamente importante. Negli ultimi anni la sopravvivenza è aumentata molto. Vi rendete conto? Parliamo di sopravvivenza, vuol dire che qualcuno non ce la fa, che qualcuno muore. Avevo paura, paura di perdere mio figlio.
Pietro aveva capito che la situazione era incerta. Il dottore gli aveva spiegato tutto con chiarezza e sapeva cosa avrebbe dovuto fare. Aveva organizzato tutto al volo: venerdì saremmo dovuti tornare per fare subito la biopsia e non perdere tempo. La visita però si era portata dietro un’altra sorpresa negativa: “Signora, ma il ragazzo adesso cammina senza niente?”
“In che senso, dottore?”
“Non ha nessuna protezione? Nessuno gli ha dato da usare le stampelle?”
“No, mi hanno detto solo che non può fare sport, ma nulla di più.”
La situazione diventava sempre più critica. Ci ha spiegato che in quelle condizioni il femore era davvero molto fragile e delicato e rischiava la frattura per il minimo stress, quindi non avrebbe dovuto assolutamente caricare la gamba e stare super protetto.
“Le stampelle? Ma sei fuori, mamma? Io non ho la minima intenzione di usarle.”
“Pietro, hai sentito cosa ti ha detto il dottore. La gamba è molto delicata in questo momento. Vediamo di capire cosa succede per poter sistemare tutto al meglio e nel più breve tempo possibile. Non ti preoccupare, è una fase di passaggio.”
Stavo controllando la situazione, cercando di non rendergli il tutto ancora più pesante di quanto non lo fosse già. Prima di tornare, siamo passati dall’ortopedia dell’ospedale e siamo usciti da lì direttamente con le stampelle.
I pochi passi che ci dividevano dalla fermata del bus sono stati i più difficili. Non voleva parlarmi, percepivo solo rabbia, preoccupazione e delusione. Arrivati alla fermata, l’ho guardato e lui mi è scoppiato in lacrime tra le braccia. Era in difficoltà, aveva bisogno di sapere che alla fine sarebbe andato tutto bene. Lo sapevo che avrebbe affrontato ogni cosa pur di tornare a giocare, ma aveva bisogno di sentire che sarebbe andata così. Non potevo promettergli che sarebbero state tutte rose e fiori, ma potevo promettergli che non lo avrei mai abbandonato, che sarei sempre stata lì con lui, che avrei fatto di tutto per rimetterlo nelle migliori condizioni. Avrei mosso mari e monti per lui, questo sì che potevo prometterglielo.







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