Gian è stato esattamente come mi aspettavo: preoccupato e desideroso di sapere il più possibile sulla situazione e i passi da compiere. Gli avevo detto che il giorno dopo lo avrei detto ai suoi genitori e che sicuramente lo avrebbero chiamato per confrontarsi. Era pronto.
Prima di andare a pranzo dai nonni, avevo detto a Pietro che li avrei messi al corrente della situazione. Le sue parole sono state chiare: “Di loro che non ne voglio assolutamente parlare, che non mi dicano niente e che non facciano riferimento alla cosa.” Non voleva essere considerato malato, non voleva sentirsi debole o difettoso, non voleva pensare allo stare fermo e tutto quello che avrebbe comportato.
Ricordo di aver accennato al problema e di aver mandato loro anche l’immagine delle radiografie per far capire bene la situazione. Credo che i miei suoceri non avessero compreso pienamente la gravità, mentre mia mamma era preoccupata per l’intervento, ma sollevata dal fatto che con buona probabilità fosse benigno. Come promesso a Pietro, ho detto loro di non trattarlo come se fosse malato e di non essere pietosi perché questo non lo avrebbe aiutato assolutamente. Fortunatamente, hanno rispettato questo impegno durante la giornata.
Avevo anche dovuto mettere al corrente la coordinatrice di classe per giustificare le continue assenze di Pietro. Fortunatamente, a scuola sono stati molto comprensivi e mi hanno detto che avrebbero fatto di tutto per non lasciare indietro Pietro e per tenerlo su di morale.
Ed eccoci qui, finalmente era arrivato martedì, il fatidico giorno della visita. Da bravi viaggiatori indipendenti, siamo arrivati a Bologna con il treno da Milano. Pietro adora viaggiare in treno, lo fa sempre con mia mamma. Ama la velocità del treno e soprattutto quando passano con gli snack e le bevande; si sente un privilegiato e lo vive sempre come un momento entusiasmante. Del resto lo capisco, io vivevo nello stesso modo il pranzo all’autogrill quando andavamo in vacanza in estate. Mi sembrava una delle cose più entusiasmanti del mondo.
Una volta arrivati a Bologna, abbiamo preso il bus e siamo arrivati direttamente all’ospedale, dove avremmo finalmente visto il dottore. Con grande autonomia e non poche incertezze, siamo riusciti a fare tutto e ci siamo seduti nella sala d’attesa. Era una situazione strana per me. Ogni ospedale per me è un po’ come casa. Non ho mai vissuto con ostilità o preoccupazione l’ambiente ospedaliero; lo considero sempre un rifugio, probabilmente perché sono così abituata per il lavoro. Questa volta però mi sentivo diversa, scrutavo con curiosità tutte le persone in attesa. Essendo un ospedale ortopedico, tutti avevano problemi più o meno grandi, ma comunque nel mio ambito. Cercavo di capire cosa avessero, con quale sfida si stessero confrontando. Ricordo che ad un certo punto è arrivato un ragazzo su una carrozzina con una caviglia bloccata da un tutore. Anche lui doveva vedere il dottor Errani. Chissà che problema aveva avuto. Non mi sembrava molto felice, aveva un viso rassegnato alle difficoltà e la mamma aveva un viso dolce e preoccupato. Mi chiedevo se anche io fossi così.
Eccoci, è arrivato il nostro momento. “Buongiorno, dottore. Intanto la ringrazio molto per averci accolto così rapidamente. So che la dottoressa Tiziana le ha già anticipato la situazione di Pietro. Le ho portato la lastra e la risonanza fatta.” Ricordo di aver pensato che mi piaceva quel dottore. Aveva un modo di fare molto gentile e determinato, cordiale e sicuro. Gli occhi vispi e curiosi mi ispiravano fiducia.
Ho controllato per filo e per segno il suo viso e i suoi gesti mentre guardava le immagini, ma era stato bravo, non aveva fatto trasparire nulla. Mi ha chiesto come ci fossimo resi conto del problema e se Pietro avesse mai riferito problematiche a quel ginocchio, ma la verità è che non c’erano mai state avvisaglie di nessun tipo. Gli ha chiesto se avesse male e che fastidi avesse. Pietro non è uno che si lamenta, per lui era sempre tutto a posto. Ma la verità è che quando il dottore lo ha visitato e toccato nel punto giusto, ho visto una smorfia di vero dolore sul suo viso ed era la prima volta che percepivo davvero il suo disagio.
Alla fine della visita, le parole del dottor Costantino sono state chiarissime: “Non mi posso sbilanciare, devo dare un nome e un cognome a questa cosa. Fino a che non saprò di per certo cos’è, non posso anticipare nulla. Dobbiamo fare una biopsia per analizzare bene di cosa si tratti e così da decidere le opzioni. Sicuramente parliamo di chirurgia, ma ovviamente le situazioni possono essere molto diverse.”
Nel caso in cui fosse davvero un tumore benigno, si sarebbe potuto “svuotare” e pulire bene l’osso e poi cementare il tutto, con un tempo tecnico di recupero sostanzialmente breve. Se invece fosse stato un tumore maligno, ovviamente la situazione sarebbe stata molto diversa. Si sarebbe dovuto valutare in equipe la soluzione migliore per Pietro. Ma non sarebbe servito a nulla pensarci e valutare le opzioni adesso; il primo passo era assolutamente definire il problema.







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