Ho un eroe in casa. La sfida di essere la sua mamma.

Con un abbraccio ho cercato di fargli capire che non era solo, ma che eravamo insieme, che avremmo affrontato tutto un passo alla volta e che, in fin dei conti, eravamo stati fortunati. La notte è stata difficile, sentivo il suo dolore e il suo tormento. Sarebbero stati giorni difficili, ma dovevamo rimanere forti e sereni.

Avremmo dovuto dirlo a Pietro e volevo assolutamente che la situazione fosse il più serena possibile, ricca di positività e non di negatività. Doveva percepire coraggio e non paura.

Sabato mattina Tecla era andata a scuola come sempre, e avevamo un buon momento a disposizione per parlare con Pietro. Ci siamo seduti in soggiorno sul divano e gli ho detto: “Pit, è arrivato l’esito degli esami. Adesso ti spiego tutto, ho parlato con il dottore. Il problema è in effetti il ginocchio. Ti faccio vedere la lastra così capisci bene di cosa stiamo parlando.” Con il cellulare in mano gli ho mostrato le immagini e spiegato che l’osso non era normale, confrontandolo con il ginocchio destro poteva vedere che la forma era diversa. Gli ho detto che dagli esami fatti sembrava non fosse una malattia grave, ma che avremmo dovuto sistemare quella parte di osso per avere di nuovo la gamba in forma. Gli ho detto che martedì saremmo andati a Bologna dal miglior dottore in Italia per capire cosa si sarebbe potuto fare e che eravamo in mani sicure.

Ricordo bene i suoi occhi azzurri enormi, sempre espressivi. Il suo pensiero principale era il basket. Non lo preoccupava tanto sapere cosa avesse, ma il fatto che sarebbe stato lontano dal campo per un po’. Quello che sembrava solo un infortunio di inizio preparazione stava diventando qualcosa di più grande, impedendogli di iniziare il campionato.

Gli ho rifatto la promessa di qualche giorno prima: avrei fatto di tutto per rimetterlo in forma, il 1000%, senza esclusione di colpi. Doveva fidarsi di noi. Pietro era stranito da tutto, ma alla fine rassegnato a seguire il percorso. Voleva tornare e aveva capito che non avrebbe potuto fare altro, soprattutto perché era consapevole che così com’era non sarebbe comunque riuscito ad allenarsi.

Anche questo passo era andato. Sentivo il peso di tutto addosso, ero l’unica che cercava di mantenere comunque il clima sereno. Avevo anche spiegato a Tecla la situazione. Con lei è stato facile, quando le ho mostrato la radiografia aveva già capito tutto. È una ragazza sveglia e curiosa, molto realista. Aveva già immaginato l’iter e cosa sarebbe successo. È sempre stata molto più matura della sua età ed è sempre stata una sorella attenta.

Gabry faceva fatica a reagire e parlare, aveva un viso sempre teso e preoccupato. Cercavo di mantenerlo positivo: fino ad ora non c’erano stati gli estremi per una brutta cosa. Certo, ci sarebbe stato l’intervento, ma non una brutta malattia.

Ora mi aspettava un altro passo difficile: parlarne con i nonni. Ero preoccupata per mia mamma. Dopo aver vissuto il tumore di mio papà e averlo accompagnato verso la morte, ora doveva affrontare un tumore, seppur benigno, di suo nipote.

Solo vivendo in prima persona ho capito davvero cosa vuol dire “preferirei che fosse capitato a me”. Se solo avessi potuto affrontare io questa sfida al posto di un ragazzo di 13 anni, lo avrei fatto. Ma pensate a cosa può voler dire per un nonno. Per quanto sia poco carino da dire, i nonni sanno che hanno già vissuto la maggior parte della loro vita, che il futuro è dei loro figli e soprattutto dei loro nipoti. Finalmente possono essere quasi tutto ciò che non hanno potuto da genitori: si possono godere il divertimento con i bambini prima piccoli e poi sempre più grandi, senza le responsabilità che si hanno da genitori. Si possono godere quasi solo i momenti più sereni. Pensare però che mentre tu hai già vissuto la tua vita tuo nipote si trova davanti a una difficoltà così grande, ovviamente non è facile. Mille pensieri ti attraversano la mente, e pensi sempre: “Ma perché non a me?”

Il punto di forza di mia mamma, però, è la capacità di reagire. In questo credo di aver preso da lei. In caso di emergenza, la persona insicura e titubante che solitamente mostra agli altri sparisce del tutto e il generale prende il sopravvento. Riesce a tirare fuori coraggio e determinazione. Sapevo che, dopo la prima botta iniziale, avrebbe reagito come sempre: stanca di affrontare prove, ma si sarebbe fatta forte con la sua profonda fede e avrebbe fatto di tutto per il suo super nipotino.

I miei suoceri, invece, sono un caso diverso. Sapevo che non avrebbero compreso molto della situazione. Come primo passo, ho deciso di raccontare tutto prima a mio cognato, lo zio Gian. Gian è una persona speciale. Quando è nata Tecla, aveva solo 13 anni. All’inizio era davvero troppo piccolo per godersi l’essere zio, ma ora è tutta un’altra cosa. Gian è lo zio giovane, quello figaccione, moderno, quasi della stessa generazione dei suoi nipoti, una sorta di apripista. Lui adora i suoi nipoti e loro stravedono per lui. Io gli voglio un bene enorme, lo considero come un fratello. Abbiamo tratti del carattere molto simili. L’ho visto crescere e diventare un uomo. È dolce e determinato, premuroso e deciso, davvero eccezionale. Ero certa che lui avrebbe capito al meglio la situazione e sarebbe stato in grado di gestire meglio i suoi genitori rispetto a suo fratello.

Gabry non ha un grande rapporto con i suoi genitori. Con suo papà non ha mai parlato molto, non si sono mai confrontati più di tanto. Del suo percorso scolastico e di crescita sapeva più mio papà che il suo, ma per il semplice fatto che mio papà lo ha sempre considerato come un figlio e si è sempre interessato a cosa stesse facendo, a come procedesse il suo percorso. Sua mamma, invece, si è sempre fatta in mille per i suoi nipoti. Sono certa che ami suo figlio, ma anche in questo caso hanno un rapporto tutto loro. Lei è sempre disponibile in ogni momento e per ogni esigenza, ma non è una persona con cui Gabry si confronta, si sfoga o si confida.

Avrei detto tutto ai nonni il giorno dopo, la domenica a pranzo, quando saremmo stati tutti insieme. Però lo zio Gian non ci sarebbe stato perché in Liguria con gli amici, quindi avevo deciso di chiamarlo prima e parlargli per avvisarlo della situazione.

Lascia un commento

About Me

Sono Silvia, Fisioterapista e Life Coach, ciò che mi piace di più fare nella vita è incontrare le persone e accompagnarle nel percorso del benessere con il sorriso e con il meraviglioso supporto della natura.

Master class gratuita di respirazione somatica

Prova subito una sessione di respirazione somatica e scopri i benefici. clicca qui