Ho un eroe in casa. La sfida di essere la sua mamma.

Finalmente vedo Massimiliano avvicinarsi e chiedermi se avessi già parlato con il dottore. Risposi di no, e lo vidi tirare un sospiro di sollievo. Con occhi speranzosi mi disse: “Dovrebbe essere benigno o comunque a basso grado.” Erano le parole che speravo di sentire. Lo abbracciai lì, in sala d’attesa, e lui mi strinse, accarezzandomi il viso con una dolcezza infinita. Ho già detto che Max è una persona speciale? Sì, sicuramente, ma serviva riscriverlo ancora una volta per sottolinearlo.

Non mi soffermavo nemmeno sul significato di “a basso grado”; quelle prime parole erano sufficienti a togliermi un enorme peso dal cuore. Affrontare la chirurgia era accettabile, ma la paura della morte di mio figlio, del dolore e della chemioterapia si dissipava con la parola “benigno”.

Feci un respiro profondo e tornai da Pietro. “È andato tutto bene. In effetti c’è un problema al ginocchio, ma possiamo sistemarlo. Poi a casa ti spiego meglio cosa ha la tua gamba.” Anche lui sembrava sollevato. Capiva che c’era speranza di tornare a giocare, che i suoi sogni erano ancora vivi e raggiungibili.

Il primo round era andato, mi sentivo sollevata e più serena. Ora dovevo pensare a come dirlo a Gabry e alla famiglia, un compito che richiedeva un po’ di preparazione.

Nel frattempo, avevo parlato con la dottoressa Tiziana, che si era confrontata con il collega radiologo. Mi aveva spiegato meglio la situazione, confermando che tutto faceva propendere per un tumore benigno. Mi consigliò di rivolgermi a un ortopedico specializzato in oncologia per la chirurgia. Si sarebbe informata e mi avrebbe fatto sapere a chi rivolgermi.

Avevo mobilitato mezzo mondo. Avvisai subito Stefano, che mi assicurò che avrebbe usato le sue conoscenze per trovare il miglior chirurgo per Pietro. Max fece lo stesso, e anch’io mi informai attraverso i miei contatti medici.

Chiamai Matteo, il chirurgo della mano con cui lavoravo. Non era solo un collega, ma un ragazzo d’oro che conoscevo fin dai suoi primi anni di medicina. Matteo era dolce, pacato, genuino e simpatico, con un talento straordinario per la chirurgia della mano. Gli spiegai la situazione e gli chiesi specificamente di trovare il collega più adatto per Pietro. “Mi raccomando, Matteo, non mi interessano i nomi blasonati dei primari. Voglio il migliore, quello che si sporca davvero le mani con questa roba.”

Vi spiego il perché di questa richiesta. Anni di esperienza in ospedale mi hanno portato a credere che, oggi, i primari devono essere manager. Gestiscono le risorse umane ed economiche, forniscono indicazioni cliniche generali e si occupano della produttività economica della loro attività. Questi aspetti assorbono talmente tanto del loro tempo da togliere ore preziose di clinica e chirurgia sul campo. Spesso, gli “aiuto primario” sono giovani chirurghi talentuosi che si occupano veramente della parte pratica, delle visite e degli interventi. Stimo moltissimo questa loro dedizione, ed è per questo che con Matteo sono stata così diretta.

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About Me

Sono Silvia, Fisioterapista e Life Coach, ciò che mi piace di più fare nella vita è incontrare le persone e accompagnarle nel percorso del benessere con il sorriso e con il meraviglioso supporto della natura.

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