Ho un eroe in casa. La sfida di essere la sua mamma.

Decisa a trovare una soluzione, ho contattato Stefano, il mio punto di riferimento nel campo della fisioterapia e una vera ispirazione professionale. La nostra amicizia risale ai tempi subito dopo la mia laurea, quando cercavo la mia strada nel mondo del lavoro. Mio fratello mi aveva presentato a lui, offrendomi l’opportunità di fare tirocinio nel suo studio. Quell’esperienza ha rappresentato per me un punto di svolta: nonostante gli anni universitari passati a concentrarmi sulla fisioterapia neurologica, ho scoperto con Stefano la mia vera passione per l’ortopedia. La sua competenza, il suo approccio professionale, uniti a un carattere affabile e uno spirito sempre positivo, mi hanno fatto comprendere quanto amassi questo lavoro. Lavorare al suo fianco è stato il mio sogno, ed è stata una fortuna incontrare una persona come lui all’inizio del mio percorso professionale.

Quindi, chi meglio di Stefano, esperto nell’assistenza agli sportivi, per aiutarmi a capire il problema di Pietro? La sua esperienza e la mia fiducia in lui mi hanno convinta che sarebbe stata la scelta giusta. Con entusiasmo, ho ricevuto la sua disponibilità: “Certo Ziba, te lo vedo la prossima settimana. Martedì va bene?” “Assolutamente, Ste. Ti ringrazio,” ho risposto, grata per la sua prontezza e supporto.

Questa decisione di rivolgermi a Stefano segna un passo importante nella ricerca di risposte per Pietro, con la speranza di trovarle grazie all’esperienza e alla professionalità di un caro amico e collega.

In attesa di vedere Stefano ho avuto l’idea di sottoporre la situazione di Pietro anche all’ortopedico che lavora con me in studio.

La visita ortopedica, tuttavia, si rivela più tesa di quanto sperato, il dottore, dopo aver osservato Pietro, esprime preoccupazione per il suo cammino e la rigidità dell’anca. Anche se sapevo del suo approccio più rigido e meno flessibile, l’accusa velata di negligenza mi colpisce profondamente. Non ho mai ignorato i segnali, ma nemmeno esagerato le preoccupazioni. La comunicazione del medico, più implicita che esplicita, mi fa sentire inadeguata, quasi in colpa.

Al termine della visita, lascio Pietro con mia madre per discutere più approfonditamente con l’ortopedico, che sottolinea la gravità della situazione e suggerisce radiografie urgenti della colonna e degli arti inferiori. La raccomandazione di interrompere il basket mi lascia sconvolta. La mia mente ribolle di emozioni contraddittorie: rabbia, delusione, insicurezza.

Non posso accettare senza combattere questa sentenza precipitosa. Assicuro l’ortopedico che procederò immediatamente con gli esami richiesti, ma dentro di me, la determinazione a trovare un’altra soluzione, a non arrendermi alla prima diagnosi negativa, cresce.

Pietro, dal canto suo, intuisce la serietà del suo stato. Anche senza aver sentito direttamente parole allarmanti, capisce l’implicazione delle osservazioni del medico. “È grave, nonna,” dice, riassumendo con semplicità e chiarezza un sentimento che, pur non verbalizzato dal medico davanti a lui, aveva percepito chiaramente.

La situazione richiede un’azione immediata, ma anche una riflessione profonda su come affrontare la prossima fase, tenendo conto dei bisogni e delle speranze di Pietro, senza lasciarci sopraffare dal pessimismo iniziale.

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About Me

Sono Silvia, Fisioterapista e Life Coach, ciò che mi piace di più fare nella vita è incontrare le persone e accompagnarle nel percorso del benessere con il sorriso e con il meraviglioso supporto della natura.

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